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Nell’ottavo episodio della serie tv Bones l’antropologa forense Temperance Brennan (la protagonista di tutta la serie) testimonia in quanto medico legale dell’accusa a un processo contro una coppia, incriminata di omicidio per aver legato sadicamente una ragazza ai posi e ai piedi fino alla morte, chiudendo poi il cadavere in un frigorifero buttato in una discarica. Il medico legale della difesa è il suo ex professore, Michael Stires, che nella deposizione si prende gioco di Brennan per l’uso di un lessico troppo tecnico e scientifico che però non affascina la giuria. Il professore Stires usa invece una un linguaggio più semplice, anche se impreciso ed errato.
Di questo spezzone mi interessano soprattutto gli ultimi 30 secondi, quando una consulente psicologa della difesa rimprovera Temperance Brennan di non farsi capire. Le dice che deve imparare “la differenza fra la realtà e la percezione”, ovvero tra il vero e il verosimile, tra l’esposizione dei fatti e come questi vanno raccontati per risultare più convincenti. “Un processo – dice la psicologa – si basa sulla percezione”, sull’impressione che i discorsi sono in grado di esercitare sulla giuria.
Si tratta di un ragionamento “quasi del tutto” giusto, se consideriamo come il mondo va. Si tratta cioè di valutare il rapporto fra argomenti che convincono perché sono scientificamente fondati (anche se di difficile impatto) e argomenti che convincono perché vengono chiaramente spiegati (anche se rischiano di non dire ciò che è necessario dire).
In ogni caso, la risposta che Temperance Brennan dà alla psicologa è di quelle da trascrivere su ogni taccuino di saggezza.
Il video dura meno di due minuti e mezzo. Buona visione.

Uno degli esempi più “sublimi” di corteggiamento e dialogicità è nel Flauto magico di Mozart. Il duetto fra Papageno e Papagena.
In fondo la dialogicità è sempre seducente. È corteggiamento: portare nella propria corte, nel proprio spazio. Papageno e Papagena. Si parlano addosso. Hanno troppa voglia di dirsi ogni cosa. E chi non vorrebbe essere lì, fra loro?

Il Sarchiapone, ovvero: di che cosa parliamo quando parliamo? C’è sempre un “che cosa”? Parliamo sempre per informare qualcuno su qualche realtà esistente? Oppure parliamo per produrre una realtà? Ad esempio un effetto sul nostro interlocutore? E l’oggetto di cui parliamo e lo stesso dell’oggetto che ci spinge a parlare? Da notare che qui l’oggetto è un obiettivo, il quale dà luogo a uno stratagemma per superare un problema.

1. Vi è un aspetto che potrebbe interessare uno sguardo “ergosemiotico” sugli artefatti e in genere sui prodotti, compresi gli artefatti e i prodotti di comunicazione. Infatti, prima della componente strumentale e della componente comunicativa, in ogni oggetto o artefatto vi è una componente cui possiamo dare aggettivi diversi: emozionale, affettiva, patemica, sensoriale, immediata, viscerale. Questa componente è stata portata alla ribalta da Norman (2004), cui va riconosciuta una invidiabile capacità di divulgazione – e quindi di sensibilizzazione – di concetti altrimenti destinati allo stretto mondo della ricerca. Sono infatti della seconda metà degli anni Novanta le prime ricerche sull’incidenza del piacere nell’usabilità, che di fatto preparano la fortunata idea di “Emotional Design” di Norman nel 2004. Così scriveva ad esempio Patrick W. Jordan nell’articolo Ergonomia e ricerca del piacere, pubblicato nel 1998 su “Ergonomia”:

[…] chi studia l’usabilità parte dall’idea che il prodotto sia uno strumento attraverso il quale l’utente porta a compimento un determinato compito. Ma i prodotti non sono solo strumenti: sono oggetti con i quali le persone interagiscono. Possono rallegrare o inquietare, provocare orgoglio o vergogna, infondere sicurezza o ansia. I prodotti sono anche in grado di conferire potere, di rendere furibondi, di deliziare. In un certo senso, essi hanno una personalità. (Jordan 1998).

Questi e altri approcci alla progettazione di artefatti – di qualsiasi tipo artefatto – mirano come è evidente a superare una visione prettamente tecnologica e strumentale: i prodotti non sono solo strumenti. Oltre questa visione, l’artefatto viene collocato nella sua vita sociale: parte dell’organizzazione culturale, dello scambio economico e simbolico, del suo senso all’interno di una comunità, e delle sue relazioni con il soggetto-utente.

L’approccio semiotico al progetto fa parte di questa visione più ampia, dove spesso si intreccia con la dimensione sociologica, psicologica e antropologica. Perché sia nella sua collocazione sociale, sia nelle sue relazioni d’uso, un artefatto è un veicolo di senso. Perché l’uso comporta interpretazione.

2. Ma torniamo a Norman. Che nel sul libro del 2004 riprende e riassume già nel titolo del primo capitolo questo concetto: “Gli oggetti piacevoli svolgono meglio la loro funzione”. Qui presenta ciò che tratterà ampiamente nel terzo capitolo, ovvero i tre livelli del design: viscerale, comportamentale e riflessivo. Questi tre livelli derivano, secondo gli studi di Norman sull’emozione, da tre diversi livelli del cervello:

lo strato automatico, preclabato, chiamato livello viscerale; la parte comprendente i processi cerebrali che controllano il comportamento quotidiano, nota come livello comportamentale; e la parte contemplativa del cervello, o livello riflessivo. Ciscaun livello gioca un ruolo diverso nella funzionalità complessiva di ogni persona. E […] ciascun livello richiede un diverso stile di design. (Norman 2004: 19 tr. it.)

Ora, non può non venire in mente che, certo per altre vie, Peirce aveva per molti versi anticipato i risultati sperimentali di Norman. Fatte salve le connotazioni lessicali, i tre livelli di quest’ultimo, corrispondono in pieno ai tre interpretanti del filosofo americano: emozionale, energetico, logico.

L’interpretante emozionale è quello che produce, attraverso un segno o un artefatto, un primo effetto sul soggetto-interprete:

Il primo effetto propriamente veicolato dal segno è il sentimento prodotto dal segno. […] Questo “interpretante emozionale”, come lo chiamo, può essere molto più di un semplice sentimento di riconoscimento, e racchiudere addirittura tutti gli effetti propriamente veicolati dal segno (CP 5.475; corsivo mio).

Subito dopo Peirce prende a esempio l’ascolto di una composizione musicale e definisce le idee del compositore non come i suoi contenuti ma come «una serie di sentimenti». E continua presentando il secondo tipo di interpretante, l’Interpretante Energetico:

Se poi un segno veicola propriamente qualche ulteriore effetto, lo farà attraverso la mediazione dell’interpretante emozionale, e tale ulteriore effetto implicherà sempre uno sforzo. Questo ulteriore effetto lo chiamo interpretante energetico (5.475; corsivi miei).

Lo sforzo è, possiamo dire, una sorta di impegno che investe il soggetto-interprete: è il lavoro mentale sulle azioni e sulle decisioni da prendere, è la valutazione delle alternative, la messa in atto di un comportamento. Peirce conclude quindi con un interrogativo che apre al terzo tipo di interpretante, l’Interpretante Logico:

L’interpretante energetico non può mai essere il significato di un concetto intellettuale, dal momento che è un atto singolo, mentre un concetto intellettuale è di natura generale. Ma quale altro effetto può essere propriamente veicolato dal segno? (5.475; corsivo mio).

Come “altro effetto”, Peirce vede possibile solo «un pensiero, vale a dire un segno mentale», il quale «dovrà a sua volta avere un interpretante logico» (5.476). Solo l’Interpretante logico ha natura generale. Qui risiede la differenza: l’Interpretante logico non ha più il carattere di atto singolo, non è più solo relativo alla situazione e alla circostanza, ma si pone come atto dal valore generale e tendenzialmente universale. L’Interpretante logico ha un valore di legge.

Finalmente una definizione di semiotica che mi piace. Si trova ad apertura del sito della Deutsche Gesellschaft für Semiotik, l’associazione tedesca di studi semiotici, equivalente della nostra Aiss.
La copio: “Die Semiotik ist die Wissenschaft von den Zeichenprozessen in Natur und Kultur. Zeichen übermitteln Informationen in Zeit und Raum. Ohne sie wären Kognition, Kommunikation und kulturelle Bedeutungen nicht möglich“.
La traduco: “La semiotica è la scienza dei processi segnici naturali e culturali. I segni trasmettono informazioni nel tempo e nello spazio. Senza di loro la cognizione, la comunicazione e i significati culturali non sarebbero possibili“.

Finalmente, mi son detto. Finalmente in una definizione ‘ufficiale’ si dice che i processi segnici stanno nella natura e nella cultura, e che di processi segnici si occupa la semiotica.

Il design è fondamentalmente una azione intenzionale orientata verso l’ottenimento di uno scopo e, quindi, mossa da uno stato di necessità (bisogno, desiderio, spinta al nuovo). Ma affinché si possa propriamente parlare di design, questo otttenimento richiede almeno quattro condizioni:

1) che l’azione non sia spontanea ma sorretta da un metodo, inteso come riflessione sulle procedure (per quanto poi il metodo possa essere contraddetto e modificato nel corso dell’azione stessa o essere in competizione con metodi alternativi);

2) che l’azione dia vita a un processo programmato di progetto (termine non del tutto sinonimo di design: con progetto qui si intende la logica delle procedure);

3) che l’ottenimento dello scopo si sostantivizzi in una forma o sintassi in grado di rappresentare sia le intenzioni del progetto (che cosa voglio ottenere) sia lo stesso scopo per cui essa viene pensata (perché lo voglio ottenere);

4) che la forma si traduca in un artefatto o sistema, che sia tale da svolgere una funzione di servizio verso l’intera comunità umana (gli artefatti non modificano l’azione di chi li possiede, ma di chi ne fa uso – e l’uso di un artefatto non è mai del tutto individuale).

L’uomo è sempre in movimento, ha sempre bisogno di orientarsi, perché è sempre alla ricerca di una meta. La sua vita è sempre animata – attratta, spinta, motivata – da uno scopo.
La semiotica dell’orientamento sarebbe una bella semiotica, perché mette insieme il senso del vivere e il senso del cercare.

1.1. Come mera trasmissione di dati (il modello del pacco postale)
1.2. Come espressione socialmente condivisa
1.3. Come strategia di seduzione (retorica e argomentazione)

2.1. Come atto pragmatico
2.2. Come atto dialogico
2.3. Come atto di ampliamento della conoscenza

3.1. Come intrattenimento
3.2. Come ottenimento
3.3. Come servizio

La semiosi del simbolo è replicabile, e non può non esserlo. Al contrario, la semiosi dell’icona e dell’indice possono non essere replicabili ed esaurirsi nell’esperienza. Quando iconicità e indicalità incontrano la replicabilità, allora essi diventano o tendono a diventare un sistema di simboli. Ciò avviene con l’interpretante logico.

Il concetto di semiosi è il concetto centrale della semiotica. La semiotica è la disciplina che studia la semiosi. O i fenomeni semiosici.

Come molti termini scientifici di origine greca che terminano in –osi (simbiosi, ipnosi, nevrosi, e molti nomi di malattie), simiosi indica una condizione, uno stato di cose, e soprattutto un processo. Con semiosi si indica innanzitutto il processo inferenziale attraverso cui una mente (non necessariamente umana) considera qualcosa segno di qualcos’altro.

Potremmo rappresentare la semiosi con una formula matematica:

S = (M) Q1 -> Q2

Ovvero: si ha semiosi (S) nel caso in cui per una mente (M) un qualsiasi oggetto o evento (Q1) rinvia a un secondo oggetto o evento (Q2).

Ovviamente, per rendere ragione di questa formula (e formulazione) occorrerebbe meglio definire che cosa si intende per “oggetto o evento”. La questione, che presenta consistenti risvolti filosofici, non può che essere discussa in altra sede. Qui però si può senza alcun timore sinteticamente dire che con oggetti ed eventi può essere inteso tutto ciò che accade nell’ambito del nostro ambiente, termine che per il biologo Jakob von Uexkül racchiude in sé il mondo percettivo (ciò che vediamo, sentiamo, tocchiamo, ecc.) e il mondo operativo (ciò che facciamo). Sono oggetti e/o eventi tutti i fenomeni naturali, le “cose” che troviamo in natura, pietre e alberi, altri uomini e altri animali, profumi e fetori, suoni ecolori, e via guardando, ascoltando, toccando, gustando…

Sempre detto in estrema sintesi, tutte queste e altre infinite “cose” hanno un doppio valore: valgono per se stesse, per le loro proprietà fisiche, chimiche, biologiche; e possono valere per altro, dal momento in cui esse sono in grado di significare questo altro per una qualsiasi mente, ovvero per noi.

[continua]