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Osservazioni semiotiche

A conferma del fatto che l’iconicità non riguarda solo i segni o i testi visivi, e che invece è la modalità che produce significazione attarverso la somiglianza, ecco un ulteriore esempio: si tratta di un pezzo comico di Lillo & Greg con Virginia Raffaele, andato in onda su La7 nel giugno 2011. Tutta la comicità di questo pezzo si basa proprio sul riconoscimento o meno della somiglianza. Il tema è quello classico della rappresentazione nella rappresentazione (come in un quadro di Velázquez o di Magritte), ovvero della confusione tra realtà e rappresentazione. E’ il tema del come se.

Buona visione.

Un trailer del film Pina di Wim Wenders dedicato alla danzatrice e coreografa Pina Bausch.

Traduco.
È teatro. Oppure è semplicemente vita, amore, libertà, lotta, desiderio, gioia, dubbio, riconciliazione, bellezza, forza. “Danza, danza… altrimenti siamo perduti” (Pina Bausch).

I nostri gesti, o semplicemente il nostro muoversi dello spazio e corpo a corpo, non sono solo, già di per sé, segno di vita, relazione evidente con la vita. Attraverso ogni nostra azione non siamo solamente in relazione agli altri, in una dialogo di gesti l’un l’altro complementari. La gestualità è il primo e primordiale modo che abbiamo di segnare lo spazio, di cercare varchi, di esplorare ambienti, di definire distanze, di circoscrivere luoghi dove abitare. DI capire dove siamo e scegliere dove andare. La gestualità agita e ripetuta è insomma la più elementare forma di linguaggio.

Solo i gesti più elementari sono in grado di muovere le idee. È il caso di Marina Abramović. Un’artista che invita le persone a sedersi davanti a sé senza dire nulla. Per nessun’altra ragione se non lo sguardo. Pura indicalità. Pura funzione fàtica. Pura fotografia.

Guarda la galleria di immagini.

Questo un testo di spiegazione tratto da <milano.repubblica.it>:
Dal 6 marzo al 31 maggio 2010 Marco Anelli ha seguito Marina Abramovic durante la sua performance “The Artist is Present” al MoMA di New York. Per 75 giorni, sei giorni la settimana, Marina Abramovic sedeva nel centro dell’atrio del museo mentre di fronte a lei, su una sedia vuota, si alternavano i visitatori, che per un tempo variabile sedevano di fronte all’artista guardandola negli occhi: fra loro tanta gente comune, ma anche star del calibro di Sharon Stone e Isabella Rossellini, che hanno accettato volentieri di mescolarsi ai visitatori. Illuminati da forti luci bianche, artista e visitatore avevano il divieto assoluto di parlare o toccare. Al visitatore, però, il potere di decidere quanto fermarsi: alcuni per pochi secondi, altri anche sette ore. Così 3.090 occhi si sono incontrati intorno a un tavolo, creando un rapporto intenso e improvviso, inaspettato e profondo. Questa intensità di rapporto ha interessato Anelli, che ha immortalato ogni partecipante. Gli scatti sono esposti nella mostra “Nel tuo sguardo. 716 ore, 3.090 occhi – Ritratti alla presenza di Marina Abramovic” alla Fondazione Forma per la fotografia a Milano.

Quest’opera mi fa venire in mente l’incipit di un saggio di Roland Barthes che non ha mai convinto, contenuto in L’ovvio e l’ottuso (1982): “Dritto negli occhi”. Scrive RB: «Un segno è ciò che si ripete. Senza ripetizione non vi è segno, perché non lo si potrebbe riconoscere, e il riconoscimento è ciò che fonda il segno. Ora, osserva Stendhal, lo sguardo può dire tutto, ma non può ripetersi testualmente. Dunque, lo sguardo non è un segno, e tuttavia significa. Che cos’è questo mistero?» (p. 301 nella traduzione Einaudi). Ecco, non è un mistero: è la semiosi (che RB chiama poi “significanza”). La quale si fonda sì sul riconoscimento, ma che non richiede necessariamente la ripetizione. Se si parte dall’idea che la semiosi prende avvio dall’Oggetto, ovvero dalla nostra relazione con l’esperienza, si può ben comprendere quanto poco mistero ci sia nel trovare un senso anche in un solo e unico batter d’occhi. È del resto per tale ragione che esiste quella “scatola semiotica” che è il ricordo. Lì sì che lo sguardo continua a ripetersi. Se ha avuto senso.

Finalmente una definizione di semiotica che mi piace. Si trova ad apertura del sito della Deutsche Gesellschaft für Semiotik, l’associazione tedesca di studi semiotici, equivalente della nostra Aiss.
La copio: “Die Semiotik ist die Wissenschaft von den Zeichenprozessen in Natur und Kultur. Zeichen übermitteln Informationen in Zeit und Raum. Ohne sie wären Kognition, Kommunikation und kulturelle Bedeutungen nicht möglich“.
La traduco: “La semiotica è la scienza dei processi segnici naturali e culturali. I segni trasmettono informazioni nel tempo e nello spazio. Senza di loro la cognizione, la comunicazione e i significati culturali non sarebbero possibili“.

Finalmente, mi son detto. Finalmente in una definizione ‘ufficiale’ si dice che i processi segnici stanno nella natura e nella cultura, e che di processi segnici si occupa la semiotica.

Letta oggi questa notizia:

I navigatori? Portano dritti a perdere la memoria
TomTom dipendenza. Gli scienziati lo sospettavano ma ora c’è la certezza: affidarsi troppo ai navigatori satellitari quando si guida fa atrofizzare un’area del nostro cervello.

L’articolo completo è qui. Ma anche in altri siti e giornali.

Mi pare si possano fare un paio di “osservazioni semiotiche”:
1) Come si vede, Platone nel Fedro non aveva tutti i torti. Lo hanno accusato in mille, per le virtù che avrebbe negato alla scrittura. Ma lui aveva capito qualcosa su cui oggi bisognerebbe riflette assai, specie in campo progettuale. Infatti, difendeva la memoria e la conoscenza dialogica: per contatto.
2) Platone a parte, va notato come i pericoli verificati sperimentalmente da questa ricerca a San Diego ci dicano una semplice verità: la “salute mentale” è a rischio quando ci distacchiamo da un contatto con la semiosi dell’ambiente (inferire qual è la direzione giusta, memorizzare un muro, riconoscere un palazzo, ecc.) per affidarci quasi del tutto all’interpretazione di un metatesto. Il TomTom è infatti un metatesto a tutti gli effetti: è un testo che parla del testo-ambiente.
3) Però, ecco: l’ambiente è davvero un testo? È cioè davvero interpretabile attraverso il modello del testo? È davvero analogo a e come se fosse un testo (che è chiuso, lineare, coerente, ecc.)?

Come ho già scritto (poco più d’un appunto, ma è un piccolo seme), a mio avviso ambiente, territorio e città si possono meglio concepire sulla base di un altro modello, quello del diagramma. Come insegnano Eulero e i sette ponti di Königsberg (Wiki). E poi c’è lo Shared Space (Wiki).
Insomma, bisogna ritornarci su.