Solo i gesti più elementari sono in grado di muovere le idee. È il caso di Marina Abramović. Un’artista che invita le persone a sedersi davanti a sé senza dire nulla. Per nessun’altra ragione se non lo sguardo. Pura indicalità . Pura funzione fà tica. Pura fotografia.
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Questo un testo di spiegazione tratto da <milano.repubblica.it>:
Dal 6 marzo al 31 maggio 2010 Marco Anelli ha seguito Marina Abramovic durante la sua performance “The Artist is Present” al MoMA di New York. Per 75 giorni, sei giorni la settimana, Marina Abramovic sedeva nel centro dell’atrio del museo mentre di fronte a lei, su una sedia vuota, si alternavano i visitatori, che per un tempo variabile sedevano di fronte all’artista guardandola negli occhi: fra loro tanta gente comune, ma anche star del calibro di Sharon Stone e Isabella Rossellini, che hanno accettato volentieri di mescolarsi ai visitatori. Illuminati da forti luci bianche, artista e visitatore avevano il divieto assoluto di parlare o toccare. Al visitatore, però, il potere di decidere quanto fermarsi: alcuni per pochi secondi, altri anche sette ore. Così 3.090 occhi si sono incontrati intorno a un tavolo, creando un rapporto intenso e improvviso, inaspettato e profondo. Questa intensità di rapporto ha interessato Anelli, che ha immortalato ogni partecipante. Gli scatti sono esposti nella mostra “Nel tuo sguardo. 716 ore, 3.090 occhi – Ritratti alla presenza di Marina Abramovic” alla Fondazione Forma per la fotografia a Milano.
Quest’opera mi fa venire in mente l’incipit di un saggio di Roland Barthes che non ha mai convinto, contenuto in L’ovvio e l’ottuso (1982): “Dritto negli occhi”. Scrive RB: «Un segno è ciò che si ripete. Senza ripetizione non vi è segno, perché non lo si potrebbe riconoscere, e il riconoscimento è ciò che fonda il segno. Ora, osserva Stendhal, lo sguardo può dire tutto, ma non può ripetersi testualmente. Dunque, lo sguardo non è un segno, e tuttavia significa. Che cos’è questo mistero?» (p. 301 nella traduzione Einaudi). Ecco, non è un mistero: è la semiosi (che RB chiama poi “significanza”). La quale si fonda sì sul riconoscimento, ma che non richiede necessariamente la ripetizione. Se si parte dall’idea che la semiosi prende avvio dall’Oggetto, ovvero dalla nostra relazione con l’esperienza, si può ben comprendere quanto poco mistero ci sia nel trovare un senso anche in un solo e unico batter d’occhi. È del resto per tale ragione che esiste quella “scatola semiotica” che è il ricordo. Lì sì che lo sguardo continua a ripetersi. Se ha avuto senso.