Nell’ottavo episodio della serie tv Bones l’antropologa forense Temperance Brennan (la protagonista di tutta la serie) testimonia in quanto medico legale dell’accusa a un processo contro una coppia, incriminata di omicidio per aver legato sadicamente una ragazza ai posi e ai piedi fino alla morte, chiudendo poi il cadavere in un frigorifero buttato in una discarica. Il medico legale della difesa è il suo ex professore, Michael Stires, che nella deposizione si prende gioco di Brennan per l’uso di un lessico troppo tecnico e scientifico che però non affascina la giuria. Il professore Stires usa invece una un linguaggio più semplice, anche se impreciso ed errato.
Di questo spezzone mi interessano soprattutto gli ultimi 30 secondi, quando una consulente psicologa della difesa rimprovera Temperance Brennan di non farsi capire. Le dice che deve imparare “la differenza fra la realtà e la percezione”, ovvero tra il vero e il verosimile, tra l’esposizione dei fatti e come questi vanno raccontati per risultare più convincenti. “Un processo – dice la psicologa – si basa sulla percezione”, sull’impressione che i discorsi sono in grado di esercitare sulla giuria.
Si tratta di un ragionamento “quasi del tutto” giusto, se consideriamo come il mondo va. Si tratta cioè di valutare il rapporto fra argomenti che convincono perché sono scientificamente fondati (anche se di difficile impatto) e argomenti che convincono perché vengono chiaramente spiegati (anche se rischiano di non dire ciò che è necessario dire).
In ogni caso, la risposta che Temperance Brennan dà alla psicologa è di quelle da trascrivere su ogni taccuino di saggezza.
Il video dura meno di due minuti e mezzo. Buona visione.
Per un primo contatto con la disciplina della semiotica può essere bene leggere qualche voce di enciclopedia, ads esempio questa della Treccani.
Oppure leggere questi due articoli introduttivi scritti da due figure storiche della semiotica, tratti dalla Enciclopedia delle Scienze Sociali (sempre Treccani). Il primo è la voce Semiologia del linguista argentino Luis J. Prieto (1926-1996), il secondo è la voce Semiotica del semiotico statunitense di origine ungherese Thomas A. Sebeok (1920-2001).
Buona lettura.
Il Sarchiapone, ovvero: di che cosa parliamo quando parliamo? C’è sempre un “che cosa”? Parliamo sempre per informare qualcuno su qualche realtà esistente? Oppure parliamo per produrre una realtà? Ad esempio un effetto sul nostro interlocutore? E l’oggetto di cui parliamo e lo stesso dell’oggetto che ci spinge a parlare? Da notare che qui l’oggetto è un obiettivo, il quale dà luogo a uno stratagemma per superare un problema.
Un’inferenza è un ragionamento logico, è il modo in cui procede la conoscenza. Quando facciamo un’inferenza, la nostra mente compie un percorso: parte da un oggetto noto, transita per un passaggio intermedio, arriva a conoscere un oggetto prima ignoto. A seconda della natura dell’oggetto di partenza, e soprattutto di quello di arrivo, abbiamo tre tipi di inferenza: l’Induzione, la Deduzione, l’Abduzione.
Le inferenze sono state e sono molto studiate in ambito logico ed epistemologico (perché la conoscenza scientifica non può non essere inferenziale) e nell’ambito delle psicologie cognitiva (perché anche il comportamento umano segue movimenti inferenziali). Nella semiotica la loro importanza è legata all’interpretazione. Si potrebbe infatti dire che le inferenze costituiscono la via maestra attraverso cui un’interpretazione prende forma, o attraverso cui un oggetto diventa prima segno per essere poi pienamente interpretato (come nel triangolo della semiosi).
Continua a leggere nel pdf Il ciclo inferenziale (prima parte).
Questo video mostra e spiega come avviene la nota “danza delle api”, una delle più note forme di comunicazione fra animali non umani studiata dallo zoologo austriaco e premio Nobel Karl von Frisch (1886-1982).
Ciò che interessa non è solo il fatto che si tratti di una forma di comunicazione a tutti gli effetti, una vera e propria forma di scrittura attraverso il movimento del corpo. Questo esempio mette bene in evidenza la natura triadica della semiosi e della significazione, nonché la sintassi attanziale: dico qualcosa a qualcuno affinché accada qualcos’altro.
È anche interessante il modello geometrico sottostante, quello del triangolo o meglio della triangolazione. Per poter comunicare questo qualcosa a qualcuno occorrono infatti sempre tre posizioni: quella dell’alveare, quella della fonte di cibo, quella del sole. Senza quest’ultima, il riferimento è vano.
Ogni processo di comunicazione, anche una semplice conversazione, si basa allora su una triangolazione esattamente come la tecnica che permette di calcolare distanze fra punti non direttamente accessibili sfruttando le proprietà dei triangoli. Nella comunicazione due lati di questo triangolo sotteso sono costituiti dai due parlanti (mittente/destinatario, autore/lettore, enunciatore/enunciatario, destinatore/destinatario, ecc.). Il terzo lato è l’oggetto del discorso. Ciò di cui parliamo, ciò che mettiamo in comune. In semplice formula: x parla a y di z. Più o meno come in questo esempio di calcolo della distanza di un oggetto attraverso triangolazione.
Questo triangolo della comunicazione, allora, è da mettere in relazione con il triangolo della semiosi di Peirce (Oggetto-Segno-Interpretante).
Ma qui occorre un’ulteriore riflessione. E una precisazione. L’“oggetto del discorso” di un atto comunicativo non è propriamente ciò che per molto tempo, e ancora oggi in molte occasioni, viene chiamato “referente”. È sì un riferimento (un punto di riferimento: come un vertice del triangolo, come un Landmark), ma non è il referente di cui molta filosofia del linguaggio si è occupata. Esattamente allo stesso modo in cui l’Oggetto di Peirce non è il referente. L’Oggetto (dinamico e poi immediato) non è tanto “ciò di cui parliamo” quanto “ciò per cui parliamo”. È la ragione del discorso, ciò che fa sì che un discorso sia possibile. Così come un punto nello spazio che permette di definire la posizione di ciò che cerchiamo, e quindi di prendere la via, è la ragione stessa del movimento.
Questo è l’inizio del secondo episodio della serie tv Criminal Minds. È un inizio didattico, in cui Jason Gideon spiega che cosa è un SI (Soggetto Ignoto, Unsub in inglese), come si costruisce prima un profilo e poi, se si ha fortuna o se la ricerca ha avuto buoni esiti, come si riconosce un sospettato.
Il soggetto ignoto diventa noto. Dal dubbio si passa alla certezza, dall’ignoranza alla conoscenza. Questa è l’abduzione: la prima inferenza, la prima forma di ragionamento che siamo portati a fare. Con o senza metodo.
Durata del video: 4’38”
La semiotica inferenziale si basa sul modello logico del triangolo semiotico di Peirce, dove un oggetto dinamico (evento fisico) determina nella mente un segno, il quale produce un interpretante (che a sua volta si pone come segno ulteriore e quindi come nuovo oggetto dinamico).
Questa è la semiosi: termine che denota processualità e che, con non molta fantasia, richiama un tipo particolare di processualità, quella biologica: molti nomi di patologie hanno terminazione in -osi. Analogamente ai processi biologici, la semiosi è un processo di generazione del senso e quindi del modo in cui una mente attribuisce significato alle cose – o del modo in cui riconosce le cose significanti.
Ma a parte questa non del tutto casuale parentela biologica (Peirce era del resto darwiniano), il triangolo semiotico, che a una prima e superficiale visione si presenta come macchina concettuosa, contiene in sé anche i caratteri di una “calda sensualità”. O sensuosità. Li contiene in ogni suo elemento.
Li contiene nell’oggetto dinamico, perché questo è parte dell’oggettualità e dell’eventualità fisica, materica e sensoriale del mondo-ambiente.
Li contiene nel segno, perché questo altro non è che una forma frutto della rielaborazione degli stimoli che arrivano al nostro organismo percettivo dal mondo esterno; ed è una forma che, per la funzione di mediazione del segno, ha ancora le proprietà sensoriali e ‘specifiche’ della forma in quanto materia, ma anche e già le proprietà cognitive della forma in quanto tipo ‘universale’.
Infine li contiene nell’interpretante, sia perché questo rappresenta lo scioglimento del processo (che inevitabilmente richiede una certa ‘tensione’), sia perché esso si propone e ripropone come ulteriore segno o come ulteriore oggetto dinamico, secondo il movimento della catena degli interpretanti e della semiosi illimitata.
Insomma, il modello di Peirce è anche un modello estetico, laddove per estetica di intenda sia la riflessione sull’opera d’arte (che è per l’artista un interpretante della propria semiosi di ricerca o di espressione, per lo spettatore oggetto dinamico che stimola ulteriori interpretazioni), sia – soprattutto – la scienza delle sensazioni. Anzi, in una dimensione ancor più peirceana, vale a dire pragmatica, l’estetica dovrebbe porsi come scienza delle sensazioni con riguardo alle produzioni segniche con effettualità estetica: l’opera d’arte come motore semiosico delle sensazioni e, quindi, come provocazione del senso e del piacere interpretativo.
Il passo successivo è già mosso: in questa prospettiva, l’estetica non può che essere estetica semiotica: studio delle sensazioni e del sentire, in quanto riflesse nel segno come prima e immediata forma interpretativa dei percepiti.


